giovedì 15 ottobre 2020

Chiamami col tuo nome



Riprendo in mano questo blog creato non mi ricordo nemmeno quando (pronto a mollarlo non appena mi sarò stufato di scrivere) per esprimere le mie opinioni sull'opera più celebre del regista palermitano Luca Guadagnino, ovvero l'acclamato Chiamami col tuo nome (titolo originale: Call Me by Your Name), anno di produzione 2017, vincitore nell'edizione degli Oscar del 2018 della statuetta dorata per la Miglior sceneggiatura non originale, la quale portava la firma di James Ivory. Il film era candidato inoltre nelle categorie: Miglior film, Miglior attore (Timothée Chalamet) e Miglior canzone (Sufjan Stevens per il brano Mystery of Love).

La trama (scopiazzata da Wikipedia perché proprio nun me va di perderce tempo): Siamo in una versione edulcorata del nord Italia del 1983. Il diciasettenne Elio Perlman (interpretato da Timothée Chalamet) è un ebreo-italo-francoamericano (nient'altro? basta così? signò, sono due etti in più, che faccio, lascio?) che non fa un cazzo dalla mattina alla sera in una villa del Cremasco. Suo padre (Michael Stuhlbarg) è un professore di archeologia che ogni estate ospita in villa uno studente straniero impegnato nella stesura della tesi del dottorato. E quell'anno chi ti arriva? Oliver (che ha le fattezze di Armie Hammer). Insomma, come prevedibile, c'è la storia d'amore tra Oliver e Elio, tanti giri in bicicletta, tanti bagni, abusi sessuali a danni di una pesca, poi Oliver alla fine parte, Elio piange ma nemmeno tanto. Fine.

Premetto che tecnicamente il film mostra il buon occhio del direttore della fotografia (il tailandese Sayombhu Mukdeeprom), un montaggio preciso e pulito opera di Walter Fasano, nonché la buona mano del regista, Guadagnino, seppur la regia non sempre è in grado di reggere il ritmo e il respiro che la storia ha (per capirci: a volte le inquadrature sono davvero loffie e durano un infinità) e molto spesso non riuscendo a esprimere concetti attraverso le immagini fa ricorso a momenti fastidiosamente didascalici (per esempio il dialogo sul finale tra Elio e suo padre). Le interpretazioni sono tutte convincenti.

Mo', finiti i lati positivi, passiamo invece ai lati negativi di 'sta rottura de cojoni de film. Una paraculata! Ecco cos'è. Il film paraculo giusto, al momento giusto. Innanzitutto, l'opera a livello di intenti sembra voler raccontare semplicemente una storia d'amore tra due persone, eludendo il fatto che si tratti di due persone dello stesso sesso (il che è una scelta narrativa che personalmente apprezzo molto), solo che poi in maniera subdola sull'aspetto omosessualità il film ci marcia (eccome, se ci marcia). Lì è insita la paraculaggine, perché la regia non fa altro che rimarcare questo aspetto, dato che i tempi vengono dilatati seguendo la logica del: ti faccio vedere i protagonisti che flirtano e si coccolano per quarti d'ora interi perché scene di gay che fanno queste cose tu non le hai mai viste. Qui sorge la domanda: e se invece al centro della storia ci fosse stata una coppia etero, il film avrebbe ricevuto lo stesso apprezzamento nonché successo?

Ora, io non ho pregiudizi e la scelta di raccontare l'avventura amorosa tra due uomini mi lascia del tutto indifferente, quindi bado alla sostanza. E la sostanza è: due personaggi monodimensionali, che evolvono ma non si capisce nemmeno perché (non ci sono eventi, anche interiori, che portano ad un'evoluzione, a patto che odorare costumi da bagno non sia considerabile come evento di svolta), e una storiellina d'amore degna di un telefilm per ragazzine da mandare in onda su Italia 1 nel primo pomeriggio. Il finale è telefonato in modo imbarazzante (cioè, al minuto 3 ti squilla il cellulare e quando rispondi c'è Guadagnino in persona all'altro capo che ti racconta il finale). In Chiamami col tuo nome tutto è pulito e ordinato, bello e glamour, tutti i personaggi sono così profondi e sensibili e colti e intelligenti. Li mortacci vostra, cinema da oratorio proprio! Ma questo perché? Perché bisognava creare un mondo ideale attorno ai protagonisti al fine di evitare un grosso, gargantuesco, insormontabile problema, cioè: la discriminazione. Nel mondo reale (questo pianeta malconcio, pieno di problemi e gente fuori di testa) l'orientamento sessuale porta con sé, in automatico, la questione della discriminazione. Non è certo obbligatorio affrontarla in un film, ma è narrativamente difficile schivare questa pallottola. La sceneggiatura evita il problema creando un mondo che non è quello reale, e sì, lo so, il cinema non è la realtà, quindi la scelta può anche andar bene, non fosse che ti tira fuori personaggi buonisti, moraleggianti, e porca puttana per niente interessanti. La madre, il padre e tutto il resto sono insostenibili. Il tanto esaltato dialogo tra Elio e suo padre è una vera melma melassosa, roba da cariarti i denti, che non ha alcun valore perché non si lega a nessuna emozione o pensiero reale. Si poteva optare per un'altra scelta, probabilmente, ossia di isolare narrativamente i due protagonisti e lasciare tutti gli altri sullo sfondo, e così facendo la grana della discriminazione e dell'accettazione dell'omosessualità la si sarebbe evitata comunque (riuscendo forse così a mantenere un livello di eleganza maggiore).

Con la scena della pesca (dove, specifichiamo, il protagonista Elio che si masturba con una pesca) si sconfina nel ridicolo involontario. Non la smettevo più di ridere. Mi è tornato alla mente un frammento del capolavoro di Philip Roth Lamento di Portnoy, proprio quello in cui il protagonista del romanzo, un Alex Portnoy adolescente, praticamente si scopa una mela. Uno dei momenti più folli di un romanzo incredibile scritto con intelligenza, precisione e un overdose di ironia tagliante. Purtroppo, a differenza di Roth, con la scena della pesca il nostro Guadagnino si prende sul serio e... sono grasse risate. La scena si conclude con Elio che rivolge ad Oliver una semplice domanda: "Io sono malato?"

E' probabile. Se infili l'uccello in una pesca qualcosa in te, e nel film in cui ti trovi, di sicuro non va.


1 commento:

  1. Sono d'accordo, esteticamente notevole sì ma anche narrativamente trascurabile.

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